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I personaggi di Sant’Arsenio

Giuseppe AMABILE. (Sant’Arsenio,  1921 - 2004). Appassionato di  tradizioni popolari, autore di opere teatrali, poetiche, racconti e testi di canzoni, animatore del gruppo folcloristico e promotore del festival della canzone di sant'Arsenio (1953), al quale partecipò con la sua canzone Quando torna l'aurtunno, fondatore e primo presidente della pro loco. Giovanissimo lasciò la sua terra per qualche anno dirigendosi verso gli Stati Uniti prima e il Venezuela poi. Rientrato, avvertì l'inclinazione a occuparsi di tradizioni popolari locali in qualità di scrittore, regista e attore di commedie teatrali in vernacolo, scrittore di racconti, poesie e canzoni, come Centenarella, U paisano, 'A lavannara. Fu intrepido  propugnatore della rinascita del Gruppo Folk locale, ideatore, insieme con altri, nel 1953 del I Festival della Canzone di Sant’Arsenio.  Ha pubblicato per i tipi di Laveglia Proverbi e canti santarsenesi con la prefazione di Tullio De Mauro (1982) e  una Trilogia di commedie in dialetto con prefazione di Elio Pecora: Quanno marzo vole fa…, La fattura e ‘A cammesola (1991). Giuseppe Amabile per tutti Peppino, è ancora oggi ricordato per il testo, musicato da Mario Amabile, Valzer serenata, detto anche delle lanterne. Il testo prende spunto dalla consuetudine locale di portare la serenata alla propria innamorata. Parenti, amici e conoscenti si univano in un coro di voci per cantare la serenata al chiaro di luna piena sullo spiazzo antistante la casa della fidanzata, già illuminata dalla luce delle lanterne. Chitarra battente e voce diffondevano la melodia del canto e le note che lo accompagnavano. Il testo è ancora oggi molto diffuso nella tradizione musicale santarsenese tanto che esso continua sia ad essere cantato sia ad essere interpretato con grande successo. (Cfr. Festival della Canzone di Sant’Arsenio, Associazione “L. PICA”, a cura di, Raccolta dei testi delle edizioni dal 1953 al 1955, 2011).

Antonio CAFARO. (Sant’Arsenio, 1849 - 1914). Avvocato, fu uomo di cultura ed operoso amministratore della cosa pubblica. Consigliere provinciale e due volte sindaco del Comune di Sant’Arsenio (1888-1895; 1902-1914). Sua è la costruzione della sede del Municipio e delle scuole (attuale Istituto Comprensivo), come sua è stata la costruzione dell’ossario pubblico su progetto dell'architetto santarsenese Antonio Sacco, il riordino della Congrega di Carità retta per svariati anni e il miglioramento della viabilità interna cittadina e di quella campestre. La sua memoria è immortalata in un busto bronzeo.  (Cfr. ARCHIVIO PARROCHIALE SANT’ARSENIO, Carteggio dell’Arciprete-Parroco don Arsenio Moscarelli, 1852-1894; ARCHIVIO STORICO COMUNALE SANT’ARSENIO, Decurionato, 1810-1818, serie I; ARCHIVIO STORICO COMUNALE SANT’ARSENIO, Commemorazione del cav. avv. Antonio Cafaro, 1914-1924).


Giuseppe CARIMANDO
. (Sant’Arsenio, 1911 - 1979). Parroco e scrittore testi di sociologia. Dal 1955 al 1967 ricopre su incarico dell’Ordinario diocesano vari uffici diocesani; nel mentre operava per il restauro di tutte le cappelle cittadine.  Si adopera per il ripristino della parrocchiale (1964-1971) e si prodiga per i bisognosi,  non mancando di suscitare vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa consacrata. Dal 1963 al 1979, dà alle stampe  lavori editoriali a carattere scientifico e divulgativo, come Appunti e spunti per l’assistenza umana, religiosa e psicologica del malato negli ospedali moderni; Delinquenza minorile e carenze educative della famiglia e della società; Mamma, perché non ci spieghi come siamo venuti al mondo? Dimessosi dall’incarico di Parroco, collabora con il suo successore, svolgendo le mansiocfr. Cronaca, in La Vita Diocesana, n. 4/XIX, luglio-agosto 1936; Echi Diocesani, in La Vita Diocesana, n. 1-2/XXIX, gennaio-marzo 1946; In Memoriam Can. D. Giuseppe Carimando, -in Bollettino Diocesano delle Diocesi di Teggiano e Policastro, serie I, n.5/XXV, ottobre-dicembre 1979 di amministratore. Muore povero, dopo avere speso ogni energia  sia fisica che economica per il bene della sua gente e per l’edificazione di opere ecclesiali.  (Cfr.  In Memoriam Can. D. Giuseppe Carimando, -in Bollettino Diocesano delle Diocesi di Teggiano e Policastro, serie I, n.5/XXV, ottobre-dicembre 1979).

Pasquale CILIBERTI. (Sant’Arsenio, 1892 -  Korcia, 1941). Tenente Colonnello del Regio Esercito Italiano, fu Medaglia d'argento e bronzo al Valor Militare, essendosi distinto per spirito di sacrificio ed abnegazione nel servizio alla Patria  nella I Guerra mondiale (1915-1918), dove venne ferito, e poi nella II Guerra mondiale (1940-1941), dove, colpito mortalmente, cadde a  Korcia, sul “fronte Greco”. A perpetua memoria sulla bocca di tutti i suoi conterranei restano le poche parole ch’ebbe a scambiare con il Ten. Cappellano Militare santarsenese Giulio Pandolfo, che, invitandolo a rientrare per un breve periodo di riposo, si sentì prontamente rispondere: “Il padre non lascia i figli quando essi sono in pericolo…”. Il 14 aprile 1941 venne sepolto nel cimitero di Koriza. (Cfr. ARCHIVIO STORICO ESERCITO ITALIANO, Le Forze Armate, 19^ Divisione di Fanteria Venezia-Firenze; G. PANDOLFO, Il Comune di Sant’Arsenio e la sua chiesa, 1978).

Antimo COSTA.  (Sant’Arsenio,  1732 - Amalfi, 1801). Sacerdote, dopo aver compiuto gli studi presso la Badia di Cava, si trasferì,  per il  ministero sacerdotale, ad Amalfi,   , dove fu.nominato dal Vescovo  membro capitolare col titolo di Canonico, Cantore e Decano della Chiesa Cattedrale. Fu  anche Vicario della stessa Cattedrale. Fra le tante attività fu anche docente di retorica e di teologia dogmatica e morale. Nel 1777 scrisse la prima storia del comune di Sant’Arsenio (SA) e delle famiglie presenti nel Comune, nonché delle loro origini, opera, purtroppo, irreperibile. (Cfr. ARCHIVIO DIOCESI di AMALFI, Bollario ab anno 1762, c. 9 e c. 87r).

Luigi D’AMATO. (Sant’Arsenio, 1924 - Roma, 1993). Ordinario di sociologia, giornalista e parlamentare. Laureato in Giurisprudenza, ha ricoperto la cattedra di sociologia all’Università "La Sapienza" di Roma. Fondatore e direttore della rivista “Vita”, direttore di due quotidiani romani: Vita d’informazione e Il Fiorino, quest'ultimo a indirizzo economico-finanziario. Nel 1982,   acquistò la testata giornalistica romana de “Il Giornale d’Italia”, fondata nel 1901 e chiusa nel 1976, nella capitale. Assunta la direzione, fece del quotidiano l’organo del “Movimento Politico Pensionati -uomini vivi”, edito  dalla società Esedra. Fu eletto al Parlamento della Repubblica come deputato della Legislatura 1968-1972, impegnandosi, fra l'altro, per finanziare la erigenda chiesa parrocchiale. Nella X Legislatura 1987-1991, venne rieletto alla Camera dei Deputati nel Collegio di Roma. Dal 1989 al 1992 ricoprì diverse mansioni in altrettante Commissioni Parlamentari. Varie e notevoli sono le sue  pubblicazioni scientifiche.  (Cfr. CAMERA dei DEPUTATI/ Legislature V e X; G. PANDOLFO, Il Comune di Sant’Arsenio e la sua chiesa, 1978).

Sebastiano D’AMATO. (Sant’Arsenio, 1868 -   1950). Giudice conciliatore, medaglia d'oro benemerito della Pubblica Istruzione, fondatore della Biblioteca scolastica cittadina. Prima di essere maestro elementare esercitò vari mestieri al fine di contribuire sia all’economia familiare sia al mantenimento dei suoi studi. Fu  decorato con varie medaglie dal 1921 in poi. Per la sua poliedrica attività culturale, sociale e di giudice conciliatore, ricevette da Re Vittorio Emanuele III la nomina a Ufficiale della Corona d’Italia. Il 16 maggio 1958, per i meriti manifestati dalla sua brillante e sagace intraprendenza a favore della cittadina, dal consesso civico ricevette la medaglia d’oro al merito. Dal 1906 e fino al 1920-‘930 scrisse alcune opere teatrali in vernacolo che mai pubblicò, i cui manoscritti  sono leggibili e ben conservati, nonché messi in scena da attori dilettanti locali: Chi chiange e chi riri(1906), Me voglio ‘nzurà (1926) e   Scenuddo e Sciasciodda (1920-‘930). Compilò anche un vocabolario dialettale, attualmente non reperibile.  (cfr. ARCHIVIO PRIVATO D’AMATO, Carteggio del maestro Sebastiano D’Amato fu Raimondo; S. D’AMATO SdB, Squarci del passato, 2000).

Giuseppe D’ANDREA. (Sant’Arsenio, 1773 - 1850circa). Medico, umanista, liberale e patriota. Frequentò la Facoltà di Medicina a Napoli, dove fu allievo di Domenico Cirillo,  medico personale del Re Ferdinando IV e della sua famiglia. Di idee liberali, fu uno dei protagonisti della Repubblica Napoletana del 1799. Fu arrestato e giustiziato con la pena capitale in piazza Mercato a Napoli.  L’esempio e l’esercizio della carità esercitata dal Cirillo pro ammalati disagiati e poveri, tanto da essere il promotore del progetto caritativo e assistenziale nazionale, contribuirono a che le idee di libertà e di servizio al prossimo si radicassero nell’animo di G. D’Andrea, che era solito asserire che la professione medica «è un servizio da rendere a tutte le persone indistintamente dal rango e dal censo». Col pianto nel cuore, dopo aver assistito all’esecuzione capitale del suo maestro, a cui ritornò spesso col pensiero, rientrò in Sant’Arsenio, e qui esercitò la professione medica, avendo sempre attenzione per le povertà, che certamente non mancavano nel suo paese e in quelli viciniori. Molto apprezzato dai suoi compaesani, per il sapere medico e per quello letterario, lo era ancor di più per la bontà e l’impegno, che sempre metteva nel risolvere le questioni economiche che affliggevano la popolazione, vessata dai signorotti locali. Tanto era l’attaccamento ai compaesani, e soprattutto a quelli delle più umili origini, che non lesinava di trascorrere parte del suo tempo libero amenamente al fianco dei pastori e dei contadini, i primi ad essere affetti dai problemi fisici oltre che da quelli sociali (ingiustizie, avidità e vessazioni). Nel 1820-1821 non esitò a costituire la locale Vendita “Gli Amici della Giustizia”, i cui affiliati si chiamavano “buoni cugini”. La sede della “Vendita” o “Baracca” era nei sotterranei dell’Ospedale della Ss. Annunziata. Il programma era la lotta sociale ai fini dell’uguaglianza. Della locale Vendita facevano parte Giuseppe Pandolfo di Carmine (impiegato comunale); Crescenzo (guardia campestre) e Gerardo Pecora fu Luca (farmacista), Felice Ippolito e Crisostomo Splendore. Questi elessero il D’Andrea G. (medico e fisico) a presidente della l Vendita, dati i suoi buoni rapporti con gli altri illustri rappresentanti delle Vendite locali. Aderì prontamente alla Gran Dieta Carbonara di Salerno, e qui, nella Tavola della stessa fu indicato come membro proprietario del senato. Partecipò insieme con  altri ai moti rivoluzionari del 1820-’21, sperando di riuscire a ottenere dal Re di Napoli l’agognata Costituzione. Con la Restaurazione del regime borbonico venne messa in atto una vera e propria repressione da parte della polizia borbonica che aveva l’ordine preciso di catturare i sobillatori, che dovevano essere arrestati, processati e condannati alla  pena capitale o all’ergastolo. Tra i tanti arrestati del Vallo di Diano figura anche Giuseppe D’Andrea, che unitamente ai compaesani Saverio D’Andrea (medico), Giuseppe Pandolfo, Crescenzo e Gerardo Pecora, vennero tradotti nelle carceri. Nel 1825, «dinanzi alla Gran Corte Criminale di Salerno serbò altero contegno e venne assoluto, nonostante la richiesta della pena capitale. Egual sorte volle che venisse condivisa dagli altri santarsenesi processati,e pregò il suo avvocato di difendere anche costoro, impegnandosi a pagare per essi il compenso ed esclamando: -O tutti salvi, o tutti morti». L’esperienza di G. D’Andrea, rappresentò in quel secolo di cruciali repressioni e dispotismi, quella indispensabile luce di giustizia e di libertà, a cui molti altri santarsenesi attinsero nel prosieguo della loro aspirazione alla libertà e all’Unità della Nazione Italiana. Giuseppe, avviò il fratello Arsenio alla professione medica e chirurgica (cerusica), nella quale manifestò valore e padronanza tanto da essere il primo chirurgo del circondario. Inoltre, egli fu oftalmologo e ostetrico, tanto da ascrivergli uno dei primi interventi di cataratta. Al pari di Giuseppe, anche Arsenio frequentò il Collegio medico cerusico napoletano e fu allievo di Cotugno, Macri, Santoro, Boccanera, Amantea e Antonucci. Si laureò nel 1840, e rientrò in Sant’Arsenio dove verosimilmente ebbe l’opportunità di esercitare la pratica chirurgica. (Cfr. L. GILIBERTI, Il Comune di Sant’Arsenio, 1923;  R. MOSCATI, Il Vallo di Diano nel 1860, -in Rassegna Storica Salernitana, 1961).

Giacinto D’URSO. (Sant’Arsenio,1903 - Fiesole). Religioso domenicano, dottore in sacra teologia, scrittore e conferenziere televisivo. Entrò nell’Ordine dei Domenicani della provincia di S. Marco e Sardegna e nel 1936 venne ordinato sacerdote. Conseguì il dottorato in Sacra teologia all’Angelicum di Roma e per 8 anni fu cappellano per gli emigrati italiani a Chicago (U.S.A). Ha vissuto fra i Conventi di San Domenico di Fiesole, l’eponimo di Siena, di cui  fu anche Priore e parroco ed infine nel Convento di San Marco in Firenze, dove conobbe Maria Teresa di Calcutta e si adoperò èer il restauro degli affreschi del Beato Angelico. Fu direttore per lungo tempo della Rivista di Ascetica e Mistica edita dai Domenicani. Stimato predicatore e conferenziere, tenne per la Rai la trasmissione religiosa del sabato pomeriggio “Frontiere dello Spirito”. Studioso della spiritualità del Beato Angelico, di Sant’Antonino vescovo e della Beata Angela da Foligno, ma del tutto particolare fu l’attenzione che riservò allo studio e alla conoscenza e diffusione del pensiero e dell’opera di Santa Caterina da Siena. A lui si deve sia la diffusione della spiritualità della santa sia la diffusione del movimento italiano dei Caterinati. Dal 1940 al 2001, ha pubblicato una moltitudine di opere e di testi a sfondo spirituale e agiografico, ma più di ogni altro s’è dedicato allo studio e alla diffusione del pensiero spirituale di Santa Caterina. Nel 1954, fu sostenitore della nomina di Caterina da Siena a Dottore della Chiesa: il suo intervento è  incluso nella "Positio" per il Dottorato della Santa contenuto nel volume Il genio di S. Caterina. (Cfr. ARCHIVIO PARROCCHIALE SANT’ARSENIO, Registro Battesimi, 1900-1918; N. SPINELLI, Devozione di un popolo […], 2012).

Giovanni FLORENZANO. (Salerno, 1840 - Sant’Arsenio, 1916). Avvocato, pubblicista, poeta e parlamentare.  Primogenito di Candido, docente di medicina all’Università di Napoli, e di Francesca Carimando, figlia del notaio Antonio, fu santarsenese per parte di madre. Dopo gli studi umanistici, che completò presso il Collegio di Montecassino,  si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza della "Federico II" di Napoli, laureandosi a soli 20anni; svolse, poi, il praticantato presso il  penalista napoletano Enrico Pessina. La sua passione per la politica lo portò ad essere uno degli animatori del Movimento Liberale nel Vallo di Diano e a Sant’Arsenio in particolare,  organizzando il folto gruppo di armati santarsenesi, che accorsero incontro al Generale Garibaldi, a Sala, il 5 settembre 1860.  A Garibaldi dedicò la Cantata Dall’Etna al Vesuvio, rappresentata al Real Teatro di San Carlo in Napoli il 6 settembre 1861, che unitamente ad altre poesie, romanze, preghiere, orazioni, inni e canti, composti tra il 1859 ed il 1869, fu pubblicata nel libro Canti (1869). Pubblicò poi una raccolta di inni, idilli e cantate dal titolo Patria e Amore (1862). Compose altresì Idillio (1860), A Lisa e La Giovinezza (1862). In occasione dell’inaugurazione del canale artificiale di Suez (1869),  Giovanni era presente come inviato per alcuni giornali nazionali. Da qui inviò 7 lettere indirizzate alla “Riforma di Firenze, 4 lettere al “Pungolo di Napoli e 2 al “Popolo Italiano” di Genova.  A Napoli assunse l’assessorato nella Giunta presieduta dal Sindaco Nicola Amore.  In occasione della morte di Garibaldi, non mancò di scrivere, il 7 settembre 1882, un discorso commemorativo per il Grande generale, presso la Società Centrale Operaia in Napoli. La passione per la poesia e le cantate non assopirono l’interesse primario per la politica e, pur se esponente della Sinistra Liberale e amico di Giovanni Nicotera, dal 1870 in poi tentò, senza riuscirvi, la scalata a Montecitorio. Frequentando Sant’Arsenio, conobbe e sposò Donna Agnese Costa-Mele, che al pari della mamma, poteva vantare nobili origini e un’agiata condizione. Il matrimonio portò Giovanni ad essere sempre più presente nel Vallo di Diano, dove non mancò di intraprendere iniziative di carattere socio-economico. Qui la condizione dei contadini e della relativa agricoltura valligiana lo portò a dare alle stampe il suo capolavoro editoriale, Dell’emigrazione italiana in America, studi e proposte” (1874). Pubblicò poi un saggio Sulle condizioni morali e politiche del Paese (1877). Una serie interminabile di problematiche, fra cui la pubblica istruzione, la lotta alla criminalità e alle mafie, la legalità e i presidi di giustizia e la riforma della Legge elettorale appassionarono sempre il Florenzano, che nel 1822 lo videro premiato per l’interessamento mostrato allorquando si procedette alla modifica dei requisiti per l’esercizio del voto e del sistema elettorale. Dopo aver affrontato diverse prove al vetriolo, venne eletto deputato al Parlamento del Regno nella XVI legislatura (1886-1890), per il Collegio Salerno III. L’esordio alla Camera fu dei migliori, tanto da fare breccia nel cuore degli onorevoli colleghi. Di cultura polivalente, si mostrò particolarmente preparato nelle questioni di statistica e di diritto amministrativo. In poco tempo crebbe di credito ed autorità; indipendente di carattere, votò quasi sempre a favore del Governo, salvo, quando era in contraddizione con i principi da lui perseguiti.  La sua solerzia per il Vallo di Diano, oltre a manifestarsi con i discorsi e le attenzioni istituzionali, si realizzò con la creazione di una Banca Popolare Agricola del Circondario di Sala Consilina, Società Anonima Cooperativa di Credito. Sollecitato dagli amici di partito e dagli amministratori locali s’interessò a che fosse ultimata la costruzione della ferrovia Sicignano-Lagonegro (1884-1892), tratta ferrata che attraversa da Nord a Sud l’intero territorio. Nel suo paese non mancò di volgere prodighe attenzioni per l’istituzione di un luogo idoneo alla ricreazione dei fanciulli e di una scuola lavoro. Nel 1884, a seguito del colera che aveva colpito Napoli, si mostrò disponibile e generoso verso gli ammalati. A lui è ascrivibile la fondazione in Napoli, più precisamente nell’ex convento di Sant’Antonio a Tarsia, della scuola di lavoro. Non più rieletto, a causa di una serie di scorrettezze perpetrate a suo danno e riconosciute da apposita commissione parlamentare, si dedicò, fino alla morte, sopraggiunta in estrema povertà, ad attività culturali e filantropico-sociali. Al Florenzano sono ascrivibili anche diversi altri titoli, come In ricordanza di Gennaro D’Elia, (1866); Pel car. Filippo Satriano, In morte di Laura Beatrice Oliva Mancini, Canto; I giurati e la pena di morte, tutti editi nel 1869,  Suez e il Nilo (1870), Accanto al Vesuvio, Salmo (1872); e nel 1875 La Società Geografica italiana e le sue spedizioni. Donne traviate, note di ufficio (1879), Il Congresso e le esposizioni di Venezia (1881);  Bisogna sventrare Napoli (1884), Discorsi del Deputato Florenzano e Parigi, Ricordi e giudizi (1889)  Elezione del III Collegio di Salerno. Alla Giunta per le elezioni ed alla Camera dei Deputati. (1891). (Cfr. ARCHIVIO COMUNALE SALA CONSILINA, Documenti sulla Ferrovia, Lettera di risposta G. FLORENZANO 1890; G. D’AMICO, Giovanni Florenzano, un protagonista dimenticato, 1996). 

Luigi GILIBERTI. (Nocera Inferiore, 1872 - Napoli, 1962). Medico, numismatico, glottologo e storico. Santarsenese di adozione per  parte del padre Antonio, conseguì la Laurea in Medicina presso la "Federico II" di Napoli, città dove visse la maggior parte della sua vita. Oltre alla professione medica, dedicò il suo tempo alla ricerca storica. Tra il 1913 ed il 1937, scrisse varie monografie che hanno arricchito, nel tempo, la storia del Vallo di Diano e tra il 1910 ed il 1919 è autore anche di saggi a carattere medico e scientifico. Di particolare interesse è la pubblicazione  Il Comune di Sant’Arsenio, contributo alla storia municipale dell’Italia Meridionale 1923), che è  la prima opera  storica su detto Comune. Inoltre, proprio nel mentre conduceva le ricerche per la pubblicazione citata, presso l’Archivio di Stato di Napoli alla sezione “Raccolta degli stemmi del Ministero della Real Cancelleria generale, Principato Citra, vol. VIII, f. 51”, rinvenne l’arme araldica della Municipalità, di cui s’era persa traccia, da tempo immemorabile. Nel 1913, data del rinvenimento, consegnò il disegno araldico alla Civica municipalità, invogliando la stessa ad adoperarsi presso la Consulta Araldica del Regno d’Italia del Real Ministero dell’Interno, per il riconoscimento e l’utilizzo, che venne concesso, dalla stessa, in data 2 luglio 1915. Altre sue opere storiche che interessano direttamente o indirettamente il Vallo di Diano sono: Le antiche civiltà della Valle di Tegiano  (1913, La Carboneria nel distretto di Sala Consilina (1923), I Lucani nell’antichità e L’ubicazione del castaldato Latiniano (1924).  (Cfr. L. GILIBERTI, Il Comune di Sant’Arsenio, (ristampa anastatica), 2000; Necrologio in memoria di L. Giliberti, -in Rassegna Storica Salernitana, 1962; Necrologio in memoria di Luigi Giliberti, -in Bollettino del Circolo Numismatico Napoletano, Anno XLVIII, 1963). 

Claudio MANGERIO. (Sant’Arsenio, 1590 -  Napoli, 1622). Entrò nella Congregazione dell’Assunta nel Collegio del Gesù, fondata da padre Francesco Pavone della Compagnia di Gesù. Fu religioso zelante e mistico, come lo descrive lo stesso F. Pavone nella biografia edita nel 1700. Pieno di carità verso i poveri ed i sofferenti, che aiutava e confortava,  non lesinando loro generosità ed eroismo; fu particolarmente prodigo verso gli ammalati, i moribondi ed i carcerati delle carceri napoletane. Morì in odore di santità nell’ospedale di S. Maria della Penitenza in Napoli.  (Cfr. A. BARONE, Della vita di padre Francesco Pavone, della Compagnia di Gesù, 1700; L. GILIBERTI, Il Comune di Sant’Arsenio, 1923; G. PANDOLFO, Il Comune di Sant’Arsenio e la sua chiesa, 1978; S. BINI, Don Mariano Arciero, il Grande Servo di Dio, 2009).

Girolamo MANGIERI (Sant’Arsenio, 1804 - Gerusalemme, 1887- o in Italia?). Frate minore osservante della Provincia Riformata di Principato, Missionario Apostolico in Cina, Prefetto della Missione di Hong Kong, Provinciale -per privilegio- della riformata Provincia di Principato e Commissario Visitatore Generale  Al secolo Mattia, nel 1837 partì missionario per la Terra santa. Rientrato,  partì poi per  Hong Kong (Cina), dove era stata fondata la Prefettura Apostolica. Hong Kong era il primo lido cinese a cui generalmente approdava il missionario e che meno di un secolo fa era un’isola quasi deserta, mentre  oggi è uno dei porti commerciali più importanti del mondo. A novembre del 1843 padre Girolamo, per le sue continue e ripetute febbri, fu trasferito a Macau per le necessarie cure mediche. Guarito dalle febbri, nel dicembre del 1843 si trasferì a Stanley per fornire assistenza religiosa ai soldati cattolici lì presenti e a quelli di Sai Wan (attuale Chai Wan).  Dal 1 gennaio 1848 padre Mangieri, tornato a lavorare tra gli Europei presenti nella città di Vittoria, fu nominato cappellano militare cattolico dalle autorità britanniche (primo sacerdote cattolico con riconoscimento di ruolo e compenso). Padre Mangieri, dopo una breve sosta a Macau dall’ottobre 1848, si trasferì nel 1849 a Shanghai, lavorando come vice-Procuratore di padre Antonio Feliciani. Rimase a Shanghai fino all’inizio del 1851. Nel frattempo, Propaganda Fide nell’agosto 1850, ripristinò nell’ufficio, sempre ad interim, padre Feliciani, che non mancò di richiamare da Shangai i confratelli padre G. Mangieri e padre F. Buffa, nominando il primo vice-Prefetto in carica. Tale e tanta fu l’attività di padre Mangieri, che non mancò d’intraprendere la costruzione dell’ospedale di San Francesco a Wanchai, aperto nel 1852. Pur in difficoltà economiche, nell’ottobre 1851 aprì anche una tipografia della Missione, pubblicando diversi libri di valore, tra cui il celebre Dizionario Sinico-Latino “Dictionarium Sinico-Latinum  Auctore M. De Guignes, migliore ordine digestum, characteribus sinicis ad vocem in phrasibus appositis, et ad propriam pronunciationen redactum, etc. etc. servatis, paucissimis exceptis, […] nonnullis linguae sinicae notionibus praemissis. Nell’estate del 1855, don Luigi Ambrosi succedeva ad Hong Kong a padre Feliciani, trasferito a Shanghai, mentre padre Mangieri rimaneva in carica alla missione (apostolato e lavoro missionario), ad Hong Kong. Verso la fine del 1858 padre Mangieri, malandato in salute, il 12 settembre di quello stesso anno rientrò in Italia nella sua provincia religiosa di appartenenza (Provincia di Principato di S. Maria degli Angeli). Nel 1862, fu Visitatore Generale e Presidente del Capitolo nella Riformata Provincia di Principato, dove affrontò non poche difficoltà sia per quanto riguardava il neonato Regno d’Italia sia per alcuni malumori manifestati da alcuni frati. Al fine di evadere ogni dubbio, l’abate Enrico Trotta, avvocato ecclesiastico, sceso in aiuto di padre Girolamo, dinanzi al Parlamento e al Senato piemontese tenne una brillante arringa, portando in seno all’aula le ragioni e l’operato di padre Girolamo, riuscendo a far dichiarare legittimo e canonico il Capitolo celebratosi il 28 aprile 1862, nel convento di Santa Maria di Materdomini in Nocera e nullo il conciliabolo di Salerno. Risolta la questione di legittimità, padre Girolamo, per godere un po’ di tranquillità, si portò presso i suoi familiari in Sant’Arsenio. Qui, verosimilmente si trattene per dieci anni . Nel 1872 si trasferì a Roma presso il Collegio san Pietro in Montorio.. Si trattenne a Roma altri due anni e nel 1876; partì nuovamente per la Terra santa, dove rimase fino alla morte, sopravvenuta nel 1887. Nella parrocchiale di Sant’Arsenio è conservata l’immagine del personaggio (un olio su tela). (Cfr. ARCHIVIO PROVINCIALE OFM, Necrologium Fratrum Minorum in Sinis, Hong Kong 1978; ARCHIVIO DIOCESANO HONG KONG, Lettere di padre Girolamo Mangieri ofm a S. Arsenio a padre Antonio Feliciani ofm, L. GILIBERTI, Il Comune di Sant’Arsenio, 1923.  

Antonio e Francesco MELE  (del  Lemetone). Notabili. Ambedue i fratelli il 6 settembre 1806, appresa la notizia dell’arrivo dei francesi in Sant’Arsenio, per evitare il panico e lo sgomento della popolazione, non esitarono a mettersi alla testa della delegazione cittadina che andò incontro ai soldati francesi all’ingresso dell’abitato e più precisamente nei pressi della cappella di Santa Maria dei Martiri (o alla Foce). Don Antonio Mele, allora controllore provinciale, e il fratello Don Francesco, che poteva contare sull’indispensabile appoggio della moglie Antonietta Carlotta de Salles, di origine francese, parlamentarono con gli ufficiali, convenendo, per la salvaguardia e l’incolumità pubblica di evitare ogni possibile maldestro comportamento, offrendo ai militi ogni necessario vettovagliamento. Don Antonio, infatti, ordinò la macellazione di una vitella ad un tal Francesco Pepe e quant’altro occorre per soddisfare gli immediati bisogni della truppa. Il giorno 7, dopo debita convocazione del pubblico Parlamento cittadino per discutere dell’assistenza e del vettovagliamento da offrire ai francesi, accertata la impossibilità del consesso a dare sostegno adeguato ai bisogni della stessa, ambedue i fratelli Mele, suggerirono di nominare un’apposita commissione composta da cinque deputati che avessero il precipuo compito di avviare le spese occorrenti e darne giusta esecuzione. L’energica protesta del Mele scalfì non poco la resistenza mostrata dai  soldati francesi, tanto da concedere la libertà al sindaco del Comune di San Rufo (Cfr. ARCHIVIO STORICO COMUNALE SANT’ARSENIO, Libro dei Parlamenti, 1801-1806, Serie I; L. GILIBERTI, Il Comune di Sant’Arsenio, 1923; ).

Carlo MELE. (Sant’Arsenio, 1792 - 1841). Letterato, umanista, liberale e direttore del giornale napoletano “La voce del Secolo”. Scarsissime sono le notizie riguardanti la sua vita, anche se si riesce a ricavarne un discreto ma interessante profilo bio-bibliografico. A Napoli intraprese lo studio del Diritto, laureandosi presso la "Federico II" ed esercitando poi la professione forense. Sempre a Napoli coltivò gli studi letterari e filosofici. Nel 1811, a soli 19 anni, divenne “controloro nelle contribuzioni dirette”. In seguito alla diffusione dei moti carbonari il Mele sostenne ed ammirò Michele Morelli, Giuseppe Silvati e Luigi Minichini, i veri fautori della rivoluzione napoletana, che scoppiò ai primi di Luglio del 1820 e tra agosto e settembre scrisse e pubblicò su “La Voce del Secolo”, di cui era Direttore, tre lettere inerenti la rivoluzione napoletana, dalle quali traspare profondamente sia l’affermazione della libertà sia la difesa della Patria e l’Istruzione del popolo e la rinascita della morale. Scrisse La Costituzione spagnola esaminata secondo i principi della ragione (1821) e nel 1823, a seguito della repressione Borbonica, fu costretto ad allontanarsi dal regno e a vivere per alcuni anni tra Firenze, Roma, Bologna, Parma e Torino. A Firenze conobbe e strinse amicizia con Viesseux ed il gruppo dell’Antologia, con Gino Capponi e il Conte Giovanni Marchetti Angelici, con i quali mantenne proficui rapporti epistolari. Negli anni ha rivolto grande attenzione all’istruzione dei fanciulli. Sostenitore della diffusione dell’istruzione pubblica, necessaria per proseguire sulla via del bene e della libertà sia civile sia morale, scrisse una introduzione alla Grammatica del Gherardini con l’aggiunta di un vocabolario domestico contenente le parole di uso comune tradotte in lingua toscana. Non mancò di fornire libri di testo alle scuole del Regno con, in aggiunta, la compilazione del vocabolario napoletano-toscano. Non lesinò nel corso degli anni puntualizzazioni mordaci contro il Ministero dell’Interno, ritenuto causa prima della mancanza di libertà di stampa, contribuendo così alla inettitudine della promozione del bene comune. Il lavoro del letterato napoletano si andò intensificando sempre più (1826-1830), non lesinando forze ed energie per le diverse pubblicazioni, come ci mostrano alcuni dei suoi volumi presenti nella Biblioteca Nazionale di Napoli, mentre tanti altri titoli sono andati perduti (Sallustio, volgarizzato da Bartolomeo da S. Concordio, la Passione di Cristo, attribuita al Boccaccio, un saggio di nomenclatura familiare). Tradusse La giovane libera ed Il Lebbroso del De Maistre. Stampò Il Parnaso Nuovissimo e L’Opera degli Odierni). All’indomani della morte furono dati alle stampe degli inediti: Degli odierni uffici della tipografia e dei libri (Napoli 1844), Discorso sul libero esercizio delle industrie e Trattato della pronunzia italiana, Della proprietà della stampa e la versione di due romanzi di De Maistre (Napoli 1843). (Cfr. Necrologio di Carlo Mele,-in Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, LX/novembre-dicembre 1842; C. MELE, Degli odierni uffici della tipografia e de’  libri, discorso pratico ed economico, NUNZIA D’ANTUONO (a cura), trascrizione, 2002) .

Domenico Giulio MELE (Sant’Arsenio, 1825 – Ivi, ?). Sindaco, liberale e patriota. Della nobile famiglia del Lemetone”, lasciò il paese natio alla volta di Napoli, dove frequentò gli studi ginnasiali e liceali. Rientrato in Sant’Arsenio, grazie alle sue doti di bontà e di dedizione al bene comune, fu sindaco di Sant’Arsenio per varii anni (1866-1875; 1882 -1887). Fu grande patriota e cospiratore: nel 1848, unitamente ad altri santarsenesi, aderì attivamente ai moti antiborbonici. Venne arrestato e rinchiuso nel carcere mandamentale di Polla per sobillazione e rivolta contro il Re. Fondatore e membro di sette fra loro unite dal vincolo del giuramento e della segretezza, unitamente ad altri quattordici e più concittadini, venne accusato di sedizione dell’ordine pubblico e incitamento alla rivolta. Nel 1860,  in piena tormenta politica e governativa, non esitò a dare ospitalità al comandante in capo delle forze insurrezionali Nicola Fabrizi, in casa sua. Impavido e sprezzante del pericolo, non esitò ad intimare la resa ad alcuni ex militi del disciolto esercito borbonico. Infatti, questi concittadini, dopo essersi resi rei di alcuni episodi spiacevoli, rischiavano di restare uccisi dai colpi della milizia. Il tentativo non sortì gli effetti sperati, ma non per questo il Mele si scoraggiò. Eccezionali e di valore furono le attenzioni amministrative riservate  ai suoi concittadini bisognosi. L’attività amministrativa, volta a dare benessere alla collettività locale, non mancò di rivolgere attenzioni al vasto panorama degli agricoltori e dei contadini locali, sempre più alle prese con le difficili condizioni di vita e di difficoltà economiche. Nuovo e maggiore impulso venne dato all’agricoltura, al fine di migliorarne la resa e la qualità del prodotto, e perciò non mancò di dispensare savi consigli agli agricoltori del posto, senza mai mancare di offrire, gratuitamente, conoscenze e saperi. Implementò l’utilizzo dei concimi, nella giusta e ponderata dose; inculcò nella mente dei contadini la rotazione delle colture agricole. Unitamente al figlio Francesco, sul finire del 1800, introdusse alcune cultivar di viti da vino, identificabili con barbera piemontese e merlot, prodigandosi, nel contempo, ad una razionale piantumazione e coltivazione dei vigneti al fine di migliorare la produzione locale di vino. Nei suoi diversi viaggi in Francia ebbe modo di conoscere  apprezzare alcune fra le più moderne ed importanti aziende agricole vitivinicole. E di ritorno non mancò di realizzare, nella sua casa paterna di via Palco sottano, oggi dell’Unità d’Italia, una piccola ma importante attività di trasformazione ed imbottigliamento del vino locale. A tal proposito non mancò d’essere apostrofato in paese come alchimista. La sua cantina sperimentale, unica nel panorama del Vallo di Diano del suo tempo, lo portò agli onori delle cronache del tempo. Le nuove viti non mancarono di produrre un vino dalle elevate proprietà organolettiche. Dismessa da diverso tempo la coltivazione della vite e la produzione del vino mediante trasformazione dell’uva locale, solo da  qualche anno essa è ripresa, grazie all’indefessa capacità di alcuni piccoli imprenditori del posto che nella zona Tempe, in agro di San Pietro al Tanagro, sta riproponendo la produzione di vino locale (Cfr. ARCHIVIO PRIVATO MELE-MELLUCCI-BARRESE, Carteggio vario; L. GILIBERTI, Il Comune di Sant’Arsenio, 1923;).    

Giuseppe Mario MELE (Sant’Arsenio, 1897 -  Salerno, 1971). Ispettore scolastico, medaglia d'oro della Pubblica Istruzione  La caratteristica più immediata e luminosa di Giuseppe Mario Mele è la forza etica svolta in ogni sua azione. Nacque da Felice Mele e Caterina Gagliardi, studiò a Caserta,dove  ebbe occasione di conoscere il Francesco Torraca, legandosi alla sua figura con ammirazione di discepolo. Si trovò ad affrontare giovanissimo il dramma della Prima Guerra Mondiale. I suoi convincimenti umanitari erano fortissimi, ma affrontò con coraggio l’azione, quando fu chiesto alla sua compagnia di andare all’attacco nell’estate del 1917: lo fece senza sparare, per il dolore di uccidere, pur sapendo di non poter evitare i proiettili nemici. Fu ferito a una gamba, alla testa e alla mano destra. Terminata la guerra, iniziò la sua professione di Direttore Didattico, prima a Melfi, poi a Polla; in seguito fu promosso ispettore scolastico, con sede a Eboli, in una delle Circoscrizioni più estese d’Italia, da Sapri alla periferia di Salerno. Per tutta la vita cercò di affrontare  il drammatico rapporto tra parola evangelica e pratica quotidiana. A Sant’Arsenio molti pensavano fosse un medico per la sua abitudine settimanale di acquistare,e provvedere a consegnare personalmente le medicine necessarie ai più poveri: così come, in questo suo amato paese, dagli anni Venti al 1950 (quando si trasferì a Salerno dov’era stato destinato alla Prima Circoscrizione Scolastica) progressivamente, e quasi senza accorgersene, aveva assunto l’ufficio di pacificatore, di giudice naturale: ci si rivolgeva a lui per dirimere questioni difficili, a volte aspre per antiche contrapposizioni o per le necessità più urgenti come -quando la seconda guerra mondiale volgeva alla fine- per riuscire ad avere i primi flaconi della salvifica penicillina. Tutto il molto che faceva lo nascondeva sotto una superficie di conquistata umiltà. In un suo scritto agli insegnanti scriveva: “Siate disciplinati, sempre, ma non rinunziate, mai, all’autonomia del vostro Spirito; ai mezzi che esso vi dona, specie se si tratti di migliorare le piccole anime che vi sono affidate, e di guidarle sempre più cristianamente. E cerchiamo infine l’umiltà che sempre eleva, non la presunzione che sempre abbassa”. Scrupoloso e attentissimo, era un grande studioso di pedagogia e didattica: ne è prova la sua assidua attiva collaborazione alla rivista “Scuola Italiana Moderna”; collaborò anche, più occasionalmente, a “Il Giornale”. Tra i suoi amici, Piero Bargellini, letterato insigne (e, poi, sindaco di Firenze). Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ai limiti dell’età per essere richiamato alle armi, antimilitarista convinto e contrario alla guerra per le atrocità che sempre trascina con sé, si arruolò volontario, ma gli fu risparmiato di partecipare ad essa, pur vivendone la tragica brutalità, gli strazi dei bombardamenti che trafissero Eboli (dove aveva sede il suo ufficio) dal luglio 1943. A guerra finita, nei primi anni della ricostruzione, intensa e senza riserve fu la sua collaborazione con un uomo straordinario, don Carlo Gnocchi, col quale strinse  amicizia e che a Salerno (come pure a Torino, Milano, Genova, Parma) fondò uno dei suoi grandi spazi di recupero degli innumerevoli mutilatini e piccoli invalidi di guerra. Nell’instancabile quotidiano lavoro sociale di Giuseppe Mario Mele furono decisivi l’incontro e la stretta collaborazione con Maria Teresa Rovigatti dell’Istituto medico psicologico di Roccapiemonte per fanciulli minorati (fondato, col nome di “Villa Silvia” nel 1938 da Giuseppe Montesano). La sua vita prendeva sempre più la forma di una missione cui non intendeva sottrarsi. Un’esperienza sconvolgente, e che affrontò con estrema abnegazione, senza concedersi pause, fu l’alluvione che a fine ottobre 1954 devastò Salerno e la costiera amalfitana (i luoghi della sua Circoscrizione), causando distruzione d’interi paesi, 318 morti, e per questo suo alto impegno ebbe la Medaglia d’oro della Pubblica Istruzione. Considerava un assoluto dovere il suo lavoro quotidiano e concreto, rivolto in particolare all’infanzia gravata dalla sofferenza, dal tormento delle difficoltà fisiche, psichiche, economiche, sociali. In ogni sua azione ebbe come guida un concetto fondamentale, l’impegno come risposta al dolore sociale: “Maestro non è soltanto colui che insegna ai fanciulli, ma è anche colui che impara dai fanciulli; non è soltanto colui che giudica i suoi allievi, ma è anche colui che dai suoi allievi è quotidianamente giudicato”. Fu presidente provinciale dell’AIMC e Presidente del Patronato Scolastico Provinciale, non cercando mai incarichi di rappresentanza, ma solo quelli di effettivo servizio. Memorabile tra le sue conferenze, e i tanti incontri culturali, quella tenuta a Salerno a metà degli anni Cinquanta nel grande Auditorium dei Cappuccini - presente la sottosegretaria alla Pubblica Istruzione, Maria Iervolino - sulla figura di San Francesco, il santo che per lui era il modello assoluto dell’interpretazione letterale e più profonda del Vangelo. (Testo di Rino Mele).

Arsenio MOSCARELLI (Sant’Arsenio, +1894). Parroco di Sant’Arsenio, liberale e patriota. La sua carità verso i bisognosi fu incommensurabile al punto tale, che non lesinò di distribuire, già in vita, i suoi averi personali a favore dei poveri. Nel 1855, curò l’inventario dell’archivio parrocchiale, che già allora custodiva un ricco e pregiato patrimonio documentale di notevole interesse ed  è tra i pochissimi della Diocesi di Teggiano-Policastro a godere della notifica MiBAC-Soprintendenza archivistica per la Campania. All’indomani del terreremoto del dicembre 1857 si prodigò per il restauro e consolidamento della bella, ma fatiscente chiesa parrocchiale. Il 5 settembre 1861, dopo che si era proceduto a deliberare l’adesione plebiscitaria della cittadina di Sant’Arsenio all’Unità nazionale, con l’intero capitolo parrocchiale e alla presenza di numeroso popolo accorso in chiesa all’ora vespertina, intonò il Te Deum e all’uscita, dividendo sinceramente l’entusiasmo della popolazione, pur non mancando di far storcere il naso ad alcuni confratelli sacerdoti, impavidamente e col sostegno dei cittadini liberali, incitò il popolo ad inneggiare a Garibaldi e a Vittorio Emanuele II, nel mentre, non mancò di apostrofare il governo borbonico «come ladro e affamatore del popolo […]».  (Cfr. ARCHIVIO PARROCHIALE SANT’ARSENIO, Carteggio dell’Arciprete-Parroco don Arsenio Moscarelli, 1852-1894;L. GILIBERTI, Il Comune di Sant’Arsenio, 1923). 

Giuseppe PANDOLFO. Cancelliere comunale, liberale e patriota. Buon cugino della Vendita locale “Gli Amici della giustizia”, fu il carbonaro più in vista del paese. Persona proba e istruita per il suo tempo, ricoprì la carica di Cancelliere comunale, riscuotendo la simpatia e la fiducia della popolazione. A lui ricorsero molti contadini del paese per la sua fama di esperto di magia, che aveva il cpmpito di allontanare le tempeste dal raccolto (Cfr. L. GILIBERTI, Il Comune di Sant’Arsenio, 1923; G. PANDOLFO, Il Comune di Sant’Arsenio e la sua chiesa, 1978.

Nicola PANDOLFO. (Sant’Arsenio, 1824 - 1851). Sacerdote, Scrittore, cospiratore e patriota.  Compì gli studi seminariali a Salerno e a Nocera, dove venne ordinato sacerdote. Rientrato in paese, non perse mai l’abitudine dello studio dei classici e della filosofia, a cui abbinò l’interesse per i problemi sociali dei compaesani. Nutrì una passione particolare per gli scritti di Pietro Giannone, Gaetano Filangieri, Antonio Genovese, Vincenzo Cuoco e Mario Pagano, ispiratori delle idee di libertà e civiltà. Unitamente ad altri uomini del suo calibro cospirò contro ogni forma di sfrontata arroganza dei borghesi locali, che neppure si accorgevano delle continue e reiterate ingiustizie che praticavano a danno del bene comune. L’emancipazione desiderata dal Pandolfo lo portò ad istituire una scuola popolare per analfabeti.  Manteneva frequenti rapporti epistolari con il movimento della Giovine Italia di G. Mazzini, con sede in Salerno, con il quale concertava il programma d’azione il cui motto era "Dio-Patria-Libertà". Dal malessere generale presero spunto alcuni suoi componimenti musicali dialettali tra cui il primo fu “Le campe”, un testo satirico, le cui mosse prendono il via dall’invasione dei bruchi, abituali abitanti dei cavoli di cui sono ghiotti. Chiaro è il riferimento al ligio e sottomesso atteggiamento comunale nei confronti del regime borbonico. Seguì il titolo “Ser Birba”, personaggio allegorico, che non lesina di compiere ogni tipo di empietà. La  situazione politica e amministrativa comunale fu l’aspro terreno di lotta su cui si combatté la battaglia sociale. Già verso la fine del 1847 la situazione comunale si presentava come agitata e instabile, per via dell’annosa corsa perpetrata dai soliti due o tre partiti, che si contendevano la carica di Sindaco, dei due Eletti e dei Decurioni, cariche che davano la possibilità di allargare i già cospicui possedimenti, implementando le consistenti ricchezze a tutto danno dei villici. Queste vibranti e forti satire venivano copiate su fogli e fatte circolare nell’intero Distretto. Nel 1849, la sua attività di compositore lo portò a scrivere “Il panegirico dell’asino. I componimenti musicali, oltre a valergli il livore e l’astio di alcuni, che lo accusarono di essere nemico del re e indegno sacerdote, gli valsero anche le attenzioni della Polizia, che cercò invano di arrestarlo. Infatti, grazie all’aiuto di un amico, il Pandolfo nel 1851 scampò all’arresto, dandosi alla fuga. A causa della rigidità dell’umida notte santarsenese, egli venne colpito da polmonite, che gli valse la dichiarazione di attendibile, vale a dire agli arresti domiciliari. A 27 anni, stroncato dalla polmonite, morì lo strenuo difensore della libertà. Al pari del giovane sacerdote locale, anche altri concittadini cospirarono contro i Borbone, subendo il carcere;  fra essi Don Nicola Pessolano fu Arsenio, Arsenio D’Amato fu Raimondo, Arsenio Mangieri fu Giuseppe e Don Domenico Mele fu Francesco. A don Nicola sono da attribuirsi anche i poemetti religiosi Poema su S. Arsenio; Serto di fiori poetici per S. Arsenio Magno Abbate e La Vita di S. Arsenio in sonetti. Grazie a un fortuito rinvenimento, uno di questi tre poemi, di cui s’ignora il titolo perché mutilo in larga parte del testo e della copertina,  è oggi nell’archivio parrocchiale. (Cfr. ARCHIVIO PARROCCHIALE, Sant'Arsenio., Poemetto sul santo patrono di N. PANDOLFO;  L. GILIBERTI, Il Comune di Sant’Arsenio, 1923; G. PANDOLFO, Il Comune di Sant’Arsenio e la sua chiesa, 1978).

Domenico PESSOLANO (Sant’Arsenio, 1820 - 1919). Sacerdote, liberale e patriota.  Canonico della Collegiata Ricettizia di Sant’Arsenio, aderì alla causa dell’Unità d’Italia. Compì diversi viaggi alla volta delle Americhe; in paese era nota alla gente e risaputa alle autorità ecclesiastiche la sua frequentazione dei Circoli locali e del Vallo di Diano di chiaro stampo patriottico. Indipendente e determinato, appoggiò, senza mezzi termini, l’azione del Generale G. Garibaldi, condividendo col Prodittatore Giovanni Matina la causa dell’Unità nazionale. Già membro del Decurionato cittadino, fu eletto Presidente del Governo Provvisorio di Sala (Consilina). Il suo contributo all’Unità della Nazione italiana non mancò d’infiammare l’animo dei suoi concittadini, che incitava agli ideali della patria, unità e della libertà. Sovente partecipava alle riunioni serali organizzate dagli aristocratici e borghesi del suo tempo sia in abitazioni private sia in assemblee pubbliche, sempre pronto ai discorsi patriottici; a lui si devono anche diversi discorsi patriottici tenuti in Sala (Consilina). Nel 1861 esborsò 300 ducati per il vettovagliamento e l’armamento dei militi del Vallo di Diano, e quando glieli volevano restituire, la sua pronta risposta fu: «Ho fatto ciò per sentimento e non per mercede». Unitamente agli altri concittadini, partecipò al memorabile incontro della gente del Vallo di Diano con il Generale Garibaldi. Non potendo contenere la folla tutta in Sala (Consilina), egli, con tutto il gruppo di santarsenesi, si portò sulla strada consolare delle Calabrie (oggi SS19), all’altezza di Atena (Lucana). Qui, salutò il generale con queste parole: «Angelo di Dio, fermati, che il popolo vuole vederti!». E il generale, fatta fermare la carrozza, meravigliato di tale saluto, gli chiese chi fosse; ed egli prontamente rispose: «Io sono Domenico Pessolano di Sant’Arsenio, amante della libertà che voi ci portate». Garibaldi, ammirato per tale ardimentosa professione, non lasciandolo più parlare, lo abbracciò e lo baciò. Il suo patriottismo, unitamente allo zelo liberale, nonostante tutte le difficoltà, che avrebbe patito nell’ambiente clericale locale e diocesano, non lo fecero desistere dalle sue idee. Il gesto esagerato più che l’indebita professione politica, venne punito dal Vescovo di Diano con la sospensione a divinis. Nel 1857, su incarico del Capitolo parrocchiale, assistette come sacerdote a tutte le fasi degli esami chimici e fisici che il medico e fisico Don Giuseppe Costa effettuò sulla statua lignea del santo patrono e protettore Arsenio, il Grande Anacoreta d’Egitto, che la sera del 14 maggio di quell’anno misteriosamente aveva trasudato (manna). Nel 1862, il Vescovo di Diano, don Domenico Fanelli, indirizza una lettera all’Arciprete-Parroco don Arsenio Moscarelli, con la quale «riabilita il Can. Pessolano a poter celebrare la messa dopo essersi confessato e che d'ora in poi meni vita esemplare per ogni riguardo». Valoroso e generoso patriota, nel 1869 venne sequestrato dai briganti, nel corso di una battuta di caccia. Nel riconoscerlo, questi non mancarono di definirlo venditore di libertà. I briganti, purtroppo, dal sequestro non ebbero nulla, tant’è che il Pessolano fece rientro a casa, ove continuò ad esercitare il suo ministero sacerdotale presso la cappella, di jus patronatus, intra ecclesiae, dell’Addolorata e di San Tommaso. (Cfr. ARCHIVIO PARROCHIALE SANT’ARSENIO, Carteggio dell’Arciprete-Parroco don Arsenio Moscarelli, 1852-1894; ARCHIVIO PARROCHIALE SANT’ARSENIO, Carteggio di Mons. Antonio Pica, 1903-1945; Sotto i cipressi, Necrologio del Sac. D. Domenico Pessolano, -in La Vita Diocesana, n. 9-10/II, settembre-ottobre 1919). 

Antonio PICA. (Sant’Arsenio, 1874 -1945). Parroco, Vicario foraneo, Presidente del comitato pro monumento ai Caduti del 1915-1918, fondatore dell’Asilo infantile, fondatore della Banca di San Giuseppe, Cavaliere della Corona d’Italia e fondatore della Biblioteca parrocchiale “Mons.ri Antonio e Giuseppe Sacco” . Nei suoi 42 anni di ministero pastorale, non mancò di intraprendere tutte quelle necessarie e possibili iniziative, che potessero incrementare il progresso civile, culturale e religioso della comunità. Tra il 1906 ed il 1907 appaltò i lavori di manutenzione della chiesa parrocchiale, con sue personali economie. Nel 1904 provvide al restauro della cappella di Sant’Arsenio abate, ubicata nella parrocchiale, commissionando la tela raffigurante il santo nel deserto, ad Antonio Cecere di Balvano. In tale circostanza pubblicò la prima agiografia del santo patrono e protettore Vita di S. Arsenio Abate, Protettore del Comune di S. Arsenio. La parrocchiale, nel corso del suo ministero pastorale non ha mancato d’essere centro e luogo di aggregazione, non esclusivamente religioso, in diverse situazioni e circostanze; è stata punto di riferimento per attività sociali, culturali e civili. Nel 1909  provvide alla sistemazione e riorganizzazione dell’archivio parrocchiale. Nel 1913 pensò a celebrare il I Congresso Eucaristico diocesano, che portò a Sant’Arsenio oratori, vescovi e tanta gente proveniente da diverse parti del territorio e dell’Italia. In tale circostanza, oltre ai riti liturgici, pensò anche a momenti ludico-ricreativi. Nel 1916 commissionò al concittadino architetto Mons. Antonio Sacco la sistemazione della nicchia e l’abbellimento dell’altare del Santo patrono e protettore Arsenio il Grande Anacoreta d’Egitto. Raccolse,diversi fondi librari presso i sacerdoti, per costituire la biblioteca parrocchiale, che dopo il 1925 si arricchì dei fondi librari e documentari dei Monsignori Giuseppe e Antonio Sacco, tant’è che intitolò la detta biblioteca ai due prelati. La sua attenzione per l’educazione e l’accoglienza cristiana dei bambini lo portò ad intraprendere contatti con la comunità religiosa detta delle “Vittime dei Ss. Cuori”, oggi “Religiose dei Ss. Cuori”, di Catellammare di Stabia (NA), affinché aprissero un asilo nel paese. Nel 1915 il sogno diveniva realtà e quattro suore si insediavano nel palazzo della famiglia Ciliberti, in Rua del Ceraso, oggi via P. Ciliberti. Nel 1921 le suore passarono ad otto ed i bambini aumentarono vertiginosamente di numero. Don Antonio Pica provvide all’acquisto del palazzo della famiglia Florenzano, ubicato nella piazza del Plebiscito, oggi piazza Mons. A. Pica. Inizialmente l’asilo venne dedicato alla benefattrice Concetta Florenzano. Nel 1928 le suore, oltre ai bambini, accoglievano anche le ragazze per apprendere il ricamo, il cucito, il taglio e lo studio del pianoforte ecc. ecc. Attualmente l’Istituto delle suore, dedicato al compianto Mons. A. Pica, continua nella sua attività prevalentemente scolastica. Non mancò di attenzioni per i contadini e gli agricoltori, sempre più oberati dai debiti. Aprì in località Braida una succursale del “Credito Meridionale”, intitolandola “Banca di San Giuseppe”. Nel 1917, quando la I guerra mondiale aveva già falcidiato 17 santarsenesi, diede vita al “comitato pro monumento ai Caduti”, prodigandosi nella raccolta fondi da destinare alla sua realizzazione. Nel 1920 compose, ad uso dei fedeli di Sant’Arsenio il Manuale di preghiere e devozioni, racchiudendovi tutte le consuetudini proprie della pietà popolare locale; nel 1926, per una migliore pastorale, ideò il Bollettino parrocchiale, il primo della Diocesi di Diano. Nel 1938,si adoperò alla celebrazione del Congresso dell’Apostolato della Preghiera e in tale occasione organizzò la consacrazione del paese al Sacro Cuore di Gesù. Nel 1936 Mons. Antonio Pica donò l’immobile comprato dai Florenzano, più altre pertinenze, alle suore “Vittime dei Ss. Cuori”, affinché potessero meglio adempiervi le loro attività, fermo restando il disposto testamentario inerente l’attività educativa. (Cfr. ARCHIVIO PARROCHIALE SANT’ARSENIO, Carteggio di Mons. Antonio Pica, 1903-1945; Sotto i cipressi, Necrologio dell’Arcip. Mons. Antonio Pica, -in La Vita Diocesana, n. 3-4/XXVIII, maggio-luglio 1945; Congresso dell’Apostolato della Preghiera in Sant’Arsenio, -in La Vita Diocesana, n.3/XXI, maggio-giugno 1938).

Domenico PICA. (Sant’Arsenio, 1905 - 1998). Professore di lettere classiche, avvocato e deputato al Parlamento italiano, europarlamentare  e sindaco della Municipalità. Laureatosi in Giurisprudenza nel 1937 alla "Federico II" di Napoli proseguì per la Laurea in Lettere. Procuratore legale e funzionario dell’Amministrazione pubblica fino al conseguimento del grado di Dirigente Generale e per molti anni anche Preside scolastico, seppe coniugare competenza amministrativa e dimensione culturale in una sintesi che costituì l’asse portante della sua azione politica. Fu commissario al Consorzio di Bonifica del Vallo di Diano in Sala Consilina (SA) e dell’Istituto di patologia vegetale di Roma. Per 40 anni (dal 20.05.1946 al 31.05.1985) fu sindaco del comune di Sant’Arsenio.  Deputato al Parlamento della Repubblica Italiana dal 1968 al 1976, per la Democrazia Cristiana, presentò e produsse  varie proposte di Legge, mozioni, interpellanze, interrogazioni ed interrogazioni con risposta scritta; fu promotore, nel 1969, della Pro Loco del Vallo di Diano, degli Alburni e della Salerno Turistica e  socio fondatore dell’Associazione culturale cittadina “Luigi Pica”. Designato dal Parlamento Italiano a membro del Consiglio d’Europa, non mancò d’essere coerente con gli interessi culturali e sociali a lui cari; componente della Commissione Cultura ed Educazione, divenne Presidente della Sottocommissione per i Monumenti ed i Siti Storici ed Artistici, nonché componente della Commissione per i Poteri Locali e l’Assetto Territoriale.  Comprese che la tutela e la valorizzazione dei beni culturali e territoriali non costituivano solo un presidio identitario e culturale della gente del posto, ma essi dovevano rappresentare anche e soprattutto l’occasione dello sviluppo meridionale. Contribuì alla rinascita sociale, culturale ed umana del suo paese sia all’indomani del 2° conflitto bellico mondiale sia all’indomani del Sisma del 23.11.1980, che vide quest’area geografica accomunata per entità e magnitudo all’area della Basilicata ed Irpinia. Diede slancio e lustro locale e nazionale al suo comune, mediante una serie di importanti opere pubbliche, ancora oggi ricordate dalla popolazione locale (risanamento igienico-sanitario delle vie pubbliche e rinnovamento delle vie e delle piazze cittadine; costruzione dell'acquedotto e rete idrica acque bianche e fognante; elettrificazione pubblica e privata; fontane e lavatoi pubblici; serbatoio acqua potabile; riconversione e rinnovamento dell’Ospedale; edificazione della Casa Maria Ss. dell’Addolorata ed edilizia scolastica.  Nel 1953, la cittadinanza lo insignì della Medaglia d’Oro per le innumerevoli opere realizzate nel Comune e per il benessere cittadino. Grande sostenitore dello sviluppo della Certosa di Padula, non mancò nella sua poliedrica attività di occuparsene sia a livello nazionale sia europeo. Diede alle stampe alcuni suoi scritti: L’idea dell’Europa. Aspirazioni e realtà; La Certosa di Padula nella storia e La Certosa nell’arte, Il massiccio degli Alburni e le sue grotte. Il paese, memore di ciò, gli ha intitolato la piazza centrale già Braida. (Cfr. G. PANDOLFO, Il Comune di Sant’Arsenio e la sua chiesa, 1978; CAMERA dei DEPUTATI/ Legislature V e VI;  Dal Vallo di Diano all’Europa, scritti scelti di Domenico Pica,  a cura di G. D’AMICO, 2000).

Luigi PICA. Poeta e scrittore (nato a Sant’Arsenio l’11.01.1939 e deceduto a Napoli il 22.09.1974). Laureatosi in Lettere Classiche presso la "Federico II" di Napoli, nel 1961, giovanissimo pubblica un volume di poesie dal titolo Musa discorde e, nel 1970, pubblica il volume Splendori su Vallo. Docente di Italiano e Latino presso il Ginnasio-Liceo “M. Tullio Cicerone” di Sala Consilina (SA). Cultore di arte, musica e letteratura, è stato autore di numerosi scritti inediti (dal 1961 al 1974). Altrettanti  interessanti articoli e saggi pubblicò sia per riviste letterarie e politiche sia per quelle storiche. A lui si deve, insieme ad altri intellettuali, la fondazione del periodico locale “Il Vallo”, su cui si sviluppò un ampio dibattito riguardante il progetto denominato “Città Vallo”. (Informazioni  di E. PAPPAFICO vedova PICA) 

Michele Mariano Luigi PICA. (Sant’Arsenio, 1888 - U.S.A., 1977). Tenente CC e antropologo naturale. A 20 anni si arruolò nell’Arma dei Carabinieri, conseguendo il grado di Tenente. Distintosi sul campo di battaglia (ferito nel corso della I Guerra Mondiale 1915-1918), venne insignito della Medaglia al Valor Militare. All’indomani della grande guerra si congedò per meglio dedicarsi proficuamente e da autodidatta allo studio della poetica, della sociologia, della religione e della medicina. Grazie ai suoi talenti, seppe in breve tempo ascendere ai più alti gradi dello scibile, tanto da divenire professore di antropologia naturale e tenere una "lectio magistralis" al V congresso della "Free World International Accademy di New York" (1975). Pubblicò Al Monte Carmelo (1964) e L’enigma dell’Universo (1966), che consta di ben 15.000 versi ripartiti in 1.000 strofe in cui s’intrecciano scienza, religione, filosofia e teologia in una poetica elevata ed originale.  (Cfr. G. PANDOLFO, Il Comune di Sant’Arsenio e la sua chiesa, 1978; M. PICA, Al Monte Carmelo)

Matteo PICA senior. (Sant’Arsenio, 1857 -  1945). Sacerdote, fondatore della cappella della Madonna del Carmine e ispiratore del Santuario del Monte Carmelo, fondatore del terz’Ordine Carmelitano locale e di quello di San Rufo.   Dal 1898 al 1903 fu economo della Collegiata. Nel 1891 posò la prima pietra dell’erigenda cappella della Madonna del Carmine in paese, che completò nel 1896. Nel 1888, l’accorato appello del popolo unito al benestare vescovile, gli permisero, non senza sacrifici economici, di acquistare le due casette dov’era stata inizialmente collocata la bella tavola raffigurante la Madonna della tenerezza (icona della Eleousa). La cappella, ubicata all’incrocio di via del Carmelo, via F. Maggiore e via Palco soprano, fu voluta espressamente lì, per  scongiurare il protrarsi di litigi e delitti, che qui si venivano a consumare. Infatti, tra il 1859 ed il 1866, le ostilità createsi fra le diverse fazioni politicamente rivali o per inimicizie varie, avevano raggiunto picchi indescrivibili, come ci dimostra l’episodio sanguinoso del 1861. Qui vennero esplosi tre colpi di pistola contro tre fratelli, di cui uno cadde all’istante, mentre  gli altri due vennero gravemente feriti. Nel corso degli anni, e fino quasi alla morte, il can. Pica non mancò di adoperarsi per il miglioramento e l’abbellimento decorativo del piccolo ma suntuoso tempio dedicato alla Vergine del Carmelo. Nel 1914 istituì in Sant’Arsenio il Terz’Ordine Carmelitano, che già contava 464 terziarie e terziari (1896). L’instancabile attività fece estendere il terz’Ordine anche in San Rufo (Sa). Il 6 agosto 1906, unitamente ad un gruppo di amici, si portò fin sulla sommità del monte Rascini (1145 mt. slm). Qui piantarono una croce lignea a ricordo della giornata e col proposito di edificare la chiesetta. L’idea si mutò in realtà  e un primo risultato giunse dai concittadini emigrati negli States, che inviarono, rispondendo all’appello, 10.000 Lire. A seguito della 1^ guerra mondiale (1915-1918), l’idea subì una battuta d’arresto. Non vide realizzata la sua idea per il sopraggiungere della morte. Fu promotore, presso i suoi concittadini, della santità del Servo di Dio Claudio Mangerio, religioso dei “RR. Preti dell’Assunta”.  Le sue spoglie mortali risposano nella cappella della Madonna del Carmine in paese (Cfr. ARCHIVIO PARROCHIALE SANT’ARSENIO, Carteggio di Mons. Antonio Pica, 1903-1945; Sotto i cipressi, Necrologio del Sac. Matteo Pica, in "La Vita Diocesana", n. 3-4/XXVIII, maggio-luglio 1945; Annuario 1942, Diocesi di Teggiano; G. AROMANDO, I primi 60anni di un impegno mantenuto. Il Santuario di Maria Ss. del Monte Carmelo già Monte Rascini in Sant’Arsenio,-n "Il Saggio", n.186/XVI, settembre 2011).

Matteo PICA junior. (Sant’Arsenio, 1900 -  1995). Sacerdote, Vicario generale della Diocesi di Teggiano, rettore del Santuario della Madonna del Monte Carmelo, canonico della Cattedrale di Teggiano.  Ron Matteuccio, come solevano chiamarlo i compaesani, il 9 luglio del 1951 rinnovò il voto fatto dai santarsenesi alla Madonna, posando sulla vetta del monte Rascini la prima pietra dell'erigendo santuario.  Dopo due estenuanti e logoranti anni di duro lavoro, il 16 luglio 1952,la chiesetta si ergeva solitaria sulla cima. L’icona della Madonna, copia dell’originale del ‘600, custodita nella cappella in paese, fu realizzata dal frate domenicano e concittadino Angelico Spinillo. A causa della dilagante emigrazione, che aveva colpito questo territorio dopo la 2^guerra mondiale e dopo la morte del can. Pica, la realizzazione della chiesetta era solo una idea. Don Matteo junior, di ritorno da 5 anni di prigionia nelle Indie britanniche, si prodigò affinché si potesse presto giungere alla concretezza dell’idea originaria. Nel 1950, VII centenario dello Scapolare della Carmine, grazie a 150.000 Lire donategli dal Terz’Ordine Carmelitano locale, si adoperò per la realizzazione della chiesetta. Con forza di volontà e tenacia i volontari si prestarono all’opera. La presenza del Santuario sul Rascini, d’ora in poi Monte Carmelo, ha fatto rifiorire quell’aspra montagna, divenendo costante mèta di pellegrini e visitatori. Il santuario, che da oltre 60 anni veglia sul sottostante paese e domina l’intero Vallo di Diano, è l’orgoglio della fede del popolo santarsenese (Cfr. Necrologio di Mons. Matteo Pica, -in Bollettino Diocesano n. 2/XLI, luglio-dicembre 1995; Annuario 1942, Diocesi di Teggiano; M. PICA, A ricordo del quindicennale della inaugurazione del Santuario del Monte Carmelo -già Monte Rascini- in Sant’Arsenio (SA), omaggio alle Terziarie Carmelitane e ai Benefattori, 1967; M. PICA, La storia di un voto, Santuario di Maria Ss. del Carmine sul Monte Rascini di Sant’Arsenio, 1991; G. AMABILE e G. D’AMICO, Sant’Arsenio e il Monte Carmelo,1998).

Antonio SACCO. (Sant'Arsenio, 1849 - 1925). Sacerdote, letterato, archeologo, architetto, umanista e bibliotecario vaticano. Ordinato sacerdote nel 1874, fu inviato fin da subito all’insegnamento presso vari Licei-Ginnasi; tra essi quello di San Pietro in Vaticano. Nel 1879, allievo di Francesco De Sanctis, conseguì la Laurea in Lettere e Filosofia presso l'università "Federico II" di Napoli, dove sostenne anche gli esami all'Istituto di Belle Arti. Socio onorario della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, nel 1880, fu dapprima assistente alla Biblioteca e poi Bibliotecario Vaticano. Fu nominato prelato domestico di Sua Santità Leone XIII e beneficiato della Basilica Vaticana di San Pietro in Vaticano. Tra il 1887 ed il 1925 fu autore di numerose monografie storico-artistiche inerenti sia i monumenti sacri sia quelli profani di Roma e di altre città italiane: Il nuovo portico della Basilica di S. Paolo in via Ostiense in Roma, Le torri poligone di Castel Sant'AngeloLa Rocca di Bolsena (1892), Le nuove sale della Biblioteca Leonina in Vaticano (1893),  La Cappella Palatina di Palermo (1895), Il Duomo di Milano (1900),  La Cattedrale di Como e Il Duomo di Milano e la sua facciata, 2^edizione (1901), La facciata del Duomo di Milano fino al principio del secolo vigesimo (1902), Restauri e ripristinazioni degli edifici sacri (discorso tenuto al Congresso d’archeologia cristiana in Roma- aprile 1902), L’Arco trionfale del re Alfonso d’Aragona (1905). Fu progettista di gusto e fama, apprezzato per la sua sensibilità artistica e per il gusto raffinato. Nel 1890 progettò la Cappella centrale del cimitero di Sant’Arsenio in stile gotico italiano a pianta circolare con cappelle radiali. L’opera editoriale che più di tutte lo ha reso famoso è La Certosa di Padula, opera in folio  in due volumi (I e II voll., 1916); III e IV voll. furono stampati dopo la morte dell’autore, nel 1930). L’opera, oltre ai suoi indiscutibili pregi storici e architettonici, è un atto di accusa ai posteri: i suoi disegni, eseguiti a fine dell’'800 e ai primi del ‘900, attestano l’esistenza di numerose opere litiche e non solo, oggi non più presenti nel sito certosino. Nel 1923, rientrato a Sant’Arsenio, vi morì  l'11 gennaio 1925. La sua importante biblioteca, composta di opere letterarie, scientifiche, profane e sacre, fu donata alla chiesa parrocchiale di Sant'Arsenio e nel 1950 gli fu eretto un busto bronzeo con una lapide commemorativa. (Cfr. Necrologio di Mons. Antonio Sacco, -in Arte e Storia, n.20/XXXIV,1925; Sotto i cipressi, Necrologio di Mons. Antonio Sacco,-in La Vita Diocesana, n. 1-2/VIII,gennaio-febbraio 1925; L. GILIBERTI, Il Comune di Sant’Arsenio, 1923).

Angelico SPINILLO. (Sant’Arsenio, 1909 -  Firenze,  1986). Religioso domenicano, pittore, giornalista e critico d’arte. Giovanissimo si trasferì a Firenze per essere accolto nell'ordine domenicano. Terminati gli studi classici a San Miniato e a San Domenico di Fiesole e dopo aver frequentato il corso di filosofia e teologia, fu ordinato sacerdote. Incline alle arti figurative, si cimentò fin da subito con le grandi tavole e con l'affresco murale, tanto da divenirne esperto. Per questa sua inclinazione e per l'indissolubile legame alla sua missione apostolica, egli volle assumere il nome di Angelico. Il suo riferimento al Beato Angelico è stato estremamente personale: infatti, la sua vita da domenicano la trascorse quasi per intero nel Convento di San Marco in Firenze, vivendo nei luoghi dove visse ed operò fra' Giovanni da Fiesole, finanche utilizzando lo stesso studio del grande Beato pittore. Discepolo di Baccio Maria Bacci, Angelico ha preferito essere un paesaggista. Pittore tra i frati, frate tra i pittori, è stato a contatto con i più grandi artisti del tempo, meritando la stima e l’amicizia di grandi personaggi della cultura italiana della levatura di Annigoni, Guttuso, Rosai, La Pira, Paloscia, Bargellini, Berti, Dupré, Zeffirelli e altri. È stato, oltre che pittore, anche giornalista e critico d’arte de “L’Avvenire”, collaboratore dell’Istituto Geografico Militare, Presidente della Società delle Belle Arti -Casa di Dante- e fondatore del Centro Culturale di Arte Moderna. La sua fama è ancora oggi legata all’infaticabile attività di divulgatore della cultura figurativa e alle mostre da lui allestite in Firenze per i grandi artisti contemporanei. Le sue opere pittoriche principali, ancora oggi oggetto di ammirazione per la grande spiritualità in esse contenuta, sono visibili in Firenze, Livorno, Siena, Messina, Atene e Sant’Arsenio. Nell’ultimo decennio della sua esistenza, l’affetto mai sopito per il suo paese natio lo spinse ad organizzare delle mostre di pittura all’aperto, coinvolgendo molti giovani artisti, allo scopo di diffondere, anche nella sua terra d’origine, la passione per l’arte. La sua importante raccolta di opere dei più famosi pittori italiani del ‘900 è conservata nel Convento di San Marco in Firenze. (Cfr. Necrologio di padre Angelico Spinillo, Ordine dei frati Predicatori Domenicani della Provincia Romana di Santa Caterina da Siena; E. COIRO, 1° Concorso di pittura e grafica, P. ANGELICO SPINILLO, Associazione Culturale “L. Pica” (a cura di), Sant’Arsenio 2000; G. AROMANDO, Un disegno di Pietro Annigoni a Sant’Arsenio (SA),- in "Il Saggio," n.188/XVI, ottobre 2011).

Francesco WANCOLLE.  (Sant’Arsenio, 1919 - 1965). Filantropo, appassionato di attività culturali, sportive e canore. Laureatosi in Giurisprudenza a Napoli, preferì svolgere, principalmente, l’attività di docente presso alcuni istituti scolastici del territorio. Sposò Teresa Carile, originaria di Macchia Godena (CB). La mancanza di figli contribuì a che ambedue dedicassero il  loro tempo libero ai giovani del posto. Non lesinarono risorse economiche personali per finanziare tutte quelle attività e manifestazioni che avessero per oggetto e per fine ultimo la crescita della gioventù e del bene comune. A loro sono ascrivibili diverse iniziative: la creazione di un gruppo folk (1938 circa), che si fece apprezzare immediatamente in Italia (a Roma per un evento nazionale del folklore) e al di fuori dei confini nazionali, come testimoniano alcuni dei giovani protagonisti di quel tempo. Nel 1953 promosse e sostenne il Festival della Canzone Santarsenese, proseguito ininterrottamente fino alla terza edizione del 1955. Nel 1962 iniziò,  ad interessarsi di calcio, fino a fondare in Sant’Arsenio diverse Società Sportive al fine di propagandare e promuovere la pratica del calcio. Qui istituì il N.A.G.C (Nucleo Addestramento Giovani Calciatori), la cui conduzione tecnica fu affidata ad alti professionisti del settore come Brenno Fontanesi e Gigino Vultaggio (uno dei migliori, se non il migliore allenatore federale). Il lavoro svolto dai due tecnici può condensarsi nella figura di Giovanni Fiordelisi, che arrivò a disputare i campionati della squadra riserve del Napoli. Nello stesso periodo organizzò i primi incontri di pugilato e le prime gare ciclistiche nelle quali si laureò Campione campano Gennaro Giallorenzo di San Pietro al Tanagro. I coniugi Wancolle-Carile donarono al Comune di Sant’Arsenio un terreno di loro proprietà ubicato in contrada Varra (attualmente via arciprete G. Carimando) al fine di edificarvi diverse opere di edilizia sportiva a favore dei giovani del posto e del comprensorio. L’area, fino al 1980, ha ospitato un campetto polifunzionale. La loro opera meritoria fu tragicamente interrotta nel 1966, a seguito di un incidente stradale mortale in cui persero la vita. (Cfr. ENAL-CRAL, Sant’Arsenio II FESTIVAL della CANZONE, 1954; Festival della Canzone di Sant’Arsenio, Associazione “L. PICA” (a cura), Raccolta dei testi delle edizioni dal 1953 al 1955, 2011; G. PANDOLFO, Il Comune di Sant’Arsenio e la sua chiesa, 1978; L. ESPOSITO, Manoscritto ad uso personale). 

                                                                                    Giuseppe Aromando