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Archivio Sonoro di Giuseppe Colitti

Catalogo dei canti popolari

Nell’assemblea del 20 maggio 2006 il Centro Studi e Ricerche «Pietro Laveglia», che mi onoro di presiedere, ha benevolmente accolto la mia richiesta di istituire una sezione per lo studio dei canti popolari nel Vallo di Diano e aree limitrofe che ho raccolto nel mio Archivio Sonoro.
Di tale Archivio, contenente oltre 2000 ore di registrazioni dal 1971 a oggi, riconosciuto di notevole interesse dalla Soprintendenza agli Archivi della Campania nel 1992, sarà data copia digitalizzata (via via che sarà disponibile) allo stesso Centro Studi presso la Biblioteca Comunale di Sala Consilina, affinché possa diventare patrimonio comune della collettività.
Grazie alla sensibilità del maestro Francesco Langone e alla sua collaborazione, è stato possibile pubblicare a stampa il catalogo dei canti contenuti nelle prime duecento cassette, di cui egli stesso ha fatto una seconda copia digitalizzata, che resterà a disposizione del pubblico interessato.
L’idea, in gestazione da tempo, è maturata dopo la pubblicazione, da parte dell’Associazione «Amici della Musica del Lagonegrese» col concorso del Ministero per i Beni e le Attività culturale, della raccolta col titolo Musiche e canti del Vallo di Diano e del Cilento di Michelina Aliberti, che ne aveva fatto oggetto di una tesi di laurea col prof. Roberto Leydi, noto etnomusicologo del D.A.M.S. di Bologna, da qualche anno scomparso.
A rigore i canti erano stati raccolti esclusivamente a Monte San Giacomo, ma, con l’apparato filologico che li caratterizza, rappresentano un modello di riferimento per un’area ben più ampia, che si cercherà di coprire sia pure limitatamente alle occasioni di effettuare registrazioni prevalentemente nei paesi del Vallo di Diano e del Cilento, dove, nel tempo, sono state effettuate varie altre registrazioni.
Il menzionato Archivio Sonoro contiene fonti orali di ogni genere: ho cominciato appunto, nel 1971, dalla registrazione dei canti popolari, ma via via mi sono reso conto che valeva la pena di serbare memoria alle future generazioni di tutto ciò che non trova pieno riscontro nella documentazione scritta o radiotelevisiva. E così ho finito per registrare convegni, culturali e politici, persino i comizi elettorali, dei quali altrimenti non resterebbe traccia.
Una diecina d’anni dopo ho finito per approdare alla storia orale, cioè la storia fondata sull’interpretazione delle fonti orali – ma quale storia non è interpretazione? – e dal 1993 ho portato relazioni di ricerche e studi su temi specifici da confrontare a livello internazionale[1]. Nell’era della globalizzazione, non si può sfuggire a questa esigenza, se non si vuol parlare a vuoto di dialogo con le miriadi di etnie che popolano questo pazzo pazzo mondo.
I temi scelti sono serviti a verificare, sia pure con le immancabili differenze, che in qualche misura, ricordando come eravamo noi prima dello sviluppo tumultuoso degli ultimi decenni, così sono ancora alcune popolazioni della terra. Ho iniziato col tema dell’emigrazione nel convegno internazionale di Siena-Lucca nel 1993, per continuare con la condizione della donna, in quello di New York, nel 1994; sul cannibalismo, di cui vi è traccia non solo a livello locale, ma in tutta la civiltà occidentale, nel convegno di Rio de Janeiro nel 1998; sulle memorie di umanità e violenza (con riferimento a quelle dei reduci dalla Russia), a Istanbul nel 2000; sull’alimentazione ai tempi della fame (quando cioè avevamo fame anche noi), a Pietermaritzburg, in Sudafrica nel 2002; sulla memoria delle identità alimentari di fronte ai consumi di massa, a Roma, nel 2004; infine, su Quando suonavano le campane, ossia declino di alcune tradizioni religiose (si pensi ai musulmani che ancora invitano rigorosamente dai minareti alla preghiera cinque volte al giorno, mentre da noi le campane non ritmano come una volta il corso della giornata o dell’anno liturgico), a Sidney nel 2006 (ma, per un contrattempo familiare non mi è stato possibile partecipare di persona)[2].
Perché questo ritorno agli amori delle origini, cioè ai canti popolari? Mi sia consentito di ricordare che le mie ricerche di fonti orali iniziò al principio degli anni Settanta, perché, in coincidenza con l’impegno politico
di consigliere comunale (1970-75), quando si cominciava a parlare di turismo nel Vallo di Diano intorno alla Certosa di Padula (non ancora restaurata), fui spinto all’interesse per il folklore locale. Ora che la prospettiva del turismo si fa più pressante, non può più attendere il recupero del nostro patrimonio canoro, laico e religioso, tanto più che da anni operano brillantemente dei cori polifonici che potrebbero egregiamente recuperarli all’identità locale. Immagino l’effetto emozionante dei tradizionali canti religiosi sui santuari di montagna in occasione del turismo escursionistico.
Con la pubblicazione a stampa si è voluto rendere testimonianza della parte più consistente dei canti contenuti in particolare nelle prime duecento cassette già digitalizzate. È semplicemente un avvio del lavoro che il gruppo di maestri musicisti continuerà sulla scia di coloro che hanno iniziato il cammino: Michelina Aliberti e Francesco Langone. Come si suol dire, l’appetito vien mangiando e sono certo che gli altri musicisti interessati si uniranno per proseguire un lavoro che si annunzia lungo e non privo di difficoltà. Non tutte le registrazioni sono in condizioni ottimali, ma saranno certamente utili anche se a questa ricerca, non specialistica, seguirà un tentativo paziente e appassionato di sistemazione. Se è stato possibile recuperare i papiri ercolanensi bruciati, figuriamoci se non è possibile restaurare delle registrazioni in condizioni decisamente migliori.
Le lacune riscontrabili sono da attribuire alla mia inesperienza iniziale, non avendo preso ancora piena consapevolezza di un metodo di lavoro nella ricerca delle fonti, che avrei conquistato solo più tardi. Me ne scuso, ma spero di trovare la necessaria comprensione.
Non mi resta che ringraziare per ora della sua disponibilità il maestro Langone e quella degli amici della musica del Lagonegrese, che hanno reso possibile, con la pubblicazione a stampa, un primo decisivo passo per recuperare, come relitti di un naufragio, quel che resta delle tradizioni musicali popolari nel nostro territorio. (Giuseppe Colitti)

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[1] Il primo tentativo di utilizzazione di fonti orali (canti e proverbi) è Immagini della donna nella tradizione orale, in D. Dente, Per una storia della condizione femminile nel Regno di Napoli. Educazione e istruzione, Morano editore, Napoli 1979, Appendice I. Sono seguiti Popolo e Risorgimento nella tradizione orale del Vallo di Diano, Laveglia ed., 1982 e Storia orale in Storia del Vallo di Diano, vol. III.2, Laveglia ed.. 1985. Uno studio più sistematico è rappresentato da L’Altra America .L’emigrazione meridionale in Puglia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1990 e dalle successive pubblicazioni: La riscoperta degli antichi sapori, BCC di Sassano 1999 e 2006; Lungo le vie degli antichi sapori, Laveglia, Salerno  2002; L'anello della memoria, Rubbettino, Sveria Mannelli 2005.

[2] La relazione, regolarmente accettata dalla commssione esaminatrice, è stata pubblicata nel DVD degli atti del convegno.
Ciascun file in formato .wav contiene un un lato delle relative cassette ed è così numerato:
es.: 0001 (cassetta n. 1 lato A)
Nel catalogo sono riportati i titoli dei canti (generalmente in dialetto) e alcune testimonianze sulle tradizioni relative ai testi riportati. Quando non è specificato, il canto o la canzone sono semplicemente recitati. Per canto s’intende la forma tradizionale dell’ottava, distinta dalla canzone, la cui forma può essere un insieme di ottave o un componimento di versi, non sempre endecasillabi come quelli dell’ottava. Nel Cilento ho trovato una raccolta di canti a stampa, in italiano, a riscontro di quelli in dialetto raccolti oralmente.